Articolo Pasquale di Don Paolo.

Articolo Pasquale di Don Paolo.

A proposito di porte sante.

Siamo rientrati dal nostro pellegrinaggio giubilare solo pochi giorni fa. Un clima di serenità e cordialità hanno caratterizzato questi tre giorni romani. Tra le tante cose viste e le mille sensazioni provate, un’immagine rimane in me più chiara delle altre, anche per il suo carattere contraddittorio. Come la tradizione vuole, abbiamo oltrepassato le quattro porte sante delle maggiori basiliche romane. Prima però di giungere a quelle sacre soglie ricche di significato, di storia, di fede, abbiamo dovuto oltrepassare altre “soglie” che esprimevano significati contrari, quali il sospetto, la violenza, l’intolleranza.Erano le porte “metal detector”, meno sante delle prime, ma certamente più “personali”. Dopo esserti spogliato di tutto ciò che è ritenuto rischioso, venivi passato al setaccio dalla “porta” che sapeva guardare anche sotto i tuoi vestiti, e se la luce rossa si accendeva, il poliziotto che ti attendeva al di là, ti ispezionava ulteriormente alla ricerca dell’invisibile. Due porte da oltrepassare: quelle delle misericordie divine e quelle delle miserie umane. La prima è stata quella di san Pietro. Ci siamo trovati in un fiume di umanità che giungeva da ogni parte del mondo. Persone di ogni cultura e religione, affiancati e accomunati dal desiderio di “entrare”. Leggiamo in Isaia (60,11) “Le tue porte saranno sempre aperte, per lasciare entrare in te la ricchezza delle genti”. Ci siamo fatti inevitabilmente “vicini”, percependo lingue sconosciute, scrutando tratti somatici diversi, incrociando sguardi tutti da interpretare. Per me è stata la porta dell’universalità, quindi “cattolicità” nel vero significato del termine. Sempre di più ci troviamo a passare questa porta non solo nelle metropoli affollate, ma anche nei piccoli centri e nelle realtà più modeste del nostro vivere quotidiano, dove a chi si vuole ritirare dal mondo, è il mondo stesso che gli si presenta sulla soglia di casa, autentiche porte sante aperte sull’umanità. La seconda porta è stata quella di Santa Maria Maggiore. Sarà per la presenza della mamma di Gesù, ma si è caratterizzata come porta della dimensione domestica, che parla di casa, di famiglia, di quotidianità. E’ la porta che Gesù oltrepassava sotto lo sguardo dei suoi genitori, al suono degli echi della strada, che dicevano allo stesso momento vita di paese e di famiglia. Mi son fermato a pensare alle porte delle nostre case, ora arricchite da spioncini-feritoie, se non addirittura da telecamere e monitor, e ho rimpianto la porta della casa di mia nonna sempre aperta di giorno sulla strada principale del paese. Stando in cucina si poteva vedere il marciapiede ed il sagrato della chiesa. Anche le porte delle nostre abitazioni devono ridiventare sante nella dimensione dell’incontro e della condivisione. Tra le accuse mosse a Gesù, c’era anche quella di aver attraversato le soglie delle case dei peccatori; di aver condiviso la loro dimensione domestica (Lc 19,7). Saranno sante le porte che si aprono al Cristo nascosto in chi chiede di condividere. La terza porta è stata quella di san Paolo, oltrepassata quasi in solitudine, accolti da una magnifica ed enorme basilica deserta, tutta per noi. E’ stata la porta dell’intimità, quella di cui parla il vangelo di Matteo invitandoci ad “entrare nella nostra camera e a chiudere la porta, perché proprio lì, il padre che vede nel segreto ci possa ricompensare” (Mt 6,6). Ci siamo seduti ad ascoltare alcune espressioni tratte dalle lettere dell’apostolo. Erano parole da cuore a cuore, al riparo da distrazioni e clamori. E’ quindi la porta che diventa santa quando la si chiude per ripararci dalle vane dispersioni del nostro tempo. La dobbiamo custodire oggi più che mai, perché minacciata dal clamore di un mondo superficiale e conformista. E’ la porta che conduce alla nostra solitudine feconda, all’attenzione per ciò che è “dentro”, allo sguardo che sa scrutare i sentimenti più nascosti. La quarta porta è stata quella della cattedrale di Roma, la basilica dei due san Giovanni: il Battista e l’Apostolo. E’ stata la porta della “chiesa” in senso stretto. Penso a chi ha deliberatamente deciso di disertare la porta della propria chiesa, magari pensando che oltre quella soglia non ci sia più nulla di significativo per lui. Penso ai nostri giovani e ai numerosi nuclei famigliari che non sanno più condividere la gioia di passare attraverso l’unica e vera porta della Chiesa, cioè Cristo (Gv 10,7). Dopo l’altare, il mio posto come pastore, è la porta della mia chiesa. Resto lì ad invitare chi è fuori ad entrare per sperimentare l’amore di Dio che supera ogni ostacolo, e l’amore tra noi, unica prospettiva credibile di felicità. E su quella stessa soglia, invito i miei parrocchiani assidui, ad uscire in un mondo un po’ arido, che brama la rugiada di una testimonianza cristiana credibile e matura. Auguri di una Pasqua cristiana agli uni e agli altri.

Don Paolo

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